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Forti e solidali con i meno forti

Locarno, 01.08.2012 - Per la Festa nazionale del 1° agosto, il consigliere federale Alain Berset parla in pubblico in ognuna delle tre regioni linguistiche. In allegato vi inviamo la versione italiana del discorso che terrà a Locarno. Fa fede il testo parlato. Oggi a mezzogiorno il consigliere federale ha già parlato ad Altdorf (UR), ieri sera a Middes (FR).

Patriottismo senza pathos - ecco la Svizzera di oggi. Lo vediamo anche dall'atmosfera rilassata e serena che regna qui a Locarno.

Un'atmosfera ben diversa da quella che regnava il 1° agosto del 1891, quando il consigliere federale Emil Welti tenne la prima allocuzione per la Festa nazionale svizzera, esortando gli astanti a non dimenticare che quello era un giorno serio e che non erano riuniti per godere l'attimo fuggente di un giorno felice.

Il giorno della Festa nazionale svizzera è un giorno da prendere sul serio anche oggi, naturalmente. Nello stesso tempo, però, è un giorno di festa da godere tutti insieme.

Per noi, che viviamo in un Paese plurilingue e multiculturale, è sempre stato un po' più semplice dire chi non siamo invece di chi siamo. Al più tardi dalla fine della Guerra fredda è tuttavia diventato difficile rispondere alla domanda «Chi siamo?» descrivendo chi non siamo o chi non vogliamo essere.

Tutti i nostri vicini vivono in pace. I grandi conflitti ideologici sembrano superati, come pure le guerre di religione che hanno segnato l'Europa per tanto tempo.

Fortunatamente non esistono quindi più minacce esterne da tenere a distanza. Allo stesso tempo, però, l'insicurezza è cresciuta notevolmente, soprattutto dall'inizio della crisi finanziaria - con conseguenze dirette per l'Europa e quindi anche per la Svizzera.

Molti osservatori dell'attualità ritengono che negli ultimi 100 anni la situazione politica mondiale non sia mai stata così incerta come adesso.

Tra le numerose, possibili domande sul futuro, ne cito una sola: stiamo assistendo all'inizio della fine dell'Unione europea, oppure l'Unione europea si trova a un passo da una tappa cruciale per l'integrazione?

Nessuno può dirlo, oggi, con certezza. Una cosa, però, è certa: qualunque cosa succeda, avrà pesanti ripercussioni sul nostro Paese.

Stando ai sondaggi, una larga maggioranza dei cittadini svizzeri non vuole aderire all'Unione europea. Questo, però, non ci esonera dalla responsabilità di seguire con attenzione l'evolversi dell'integrazione europea e di analizzarne le conseguenze per la Svizzera.

Più la realtà che ci circonda è incerta e più dobbiamo fare ciò che facciamo ogni giorno, per noi stessi, in modo naturale: definire strategie, valutare i nostri interlocutori, sperimentare nuove idee, tenere d'occhio l'evoluzione delle condizioni quadro. A salvaguardia degli interessi nazionali.

Certo, attualmente stiamo molto bene, almeno in confronto ad altri. La Svizzera è al momento la star delle nazioni - anche se a livello internazionale non siamo così amati come Roger Federer.

Fra i titoli di prima pagina che ultimamente si leggono spesso vi sono «Il successo del modello svizzero», «L'esempio della Svizzera», «Democrazia diretta, IL prodotto di esportazione», «Freno all'indebitamento, un prodotto da esportare», «Formazione professionale duale, un modello da imitare». E via dicendo.

Alcuni ambienti politici farebbero attualmente carte false per quotare la Svizzera in borsa... Ma attenzione: il contrasto tra una Svizzera forte e dei vicini indeboliti è soltanto un fotogramma - il film continua...

Di fronte a una situazione politica ed economica mondiale così instabile, la convinzione che adesso si possa riposare sugli allori e continuare come finora è irrealistica.

Nel 1914, Carl Spitteler - il futuro premio Nobel per la letteratura - nel suo famoso discorso sul «Nostro punto di vista svizzero» mise in guardia dall'assumere atteggiamenti di superiorità da una posizione di sicurezza.

Simili atteggiamenti di superiorità li percepiamo anche oggi. Sono comprensibili, ma pericolosi. Il destino della Svizzera, infatti, è legato a doppio filo a quello dell'Europa. Non dimentichiamoci che l'Europa è di gran lunga il nostro mercato più importante. Tutti noi seguiamo con trepidazione le fluttuazioni del tasso di cambio tra euro e franco, poiché toccano da vicino e in misura essenziale la nostra economia. Persino i più convinti euroscettici non vogliono mettere in pericolo l'accesso della nostra economia ai mercati europei.

Allo stesso tempo constatiamo che l'Unione europea sta diventando sempre più esigente e che la caparbia Svizzera, preoccupata della propria sovranità, è sempre più sotto pressione.

Dobbiamo fare pragmaticamente i conti con l'Unione europea, indipendentemente dalla nostra opinione sulla ragionevolezza o meno dell'integrazione europea.

Alcuni pensano che un'Europa fragile e imbolsita non ci serva più e ci consigliano di guardare all'Asia.

È ben vero che il mercato cinese è sconfinato e in rapida espansione - ma non assorbe che il 4 per cento delle nostre esportazioni. Contro il 60 dell'Unione europea.

Lungimiranza, pragmatismo e una stima realistica della nostra forza e della forza del nostro interlocutore: è di questo che abbiamo bisogno. E dobbiamo sapere quel che vogliamo.

Naturalmente siamo liberi di rifiutare sdegnati offerte che ci sembrano inaccettabili - ma dovremmo essere sicuri di riceverne delle migliori.

Se i nostri avi hanno quasi sempre tratto il massimo dalle loro possibilità è perché sapevano stimarle realisticamente - era questa la loro forza. In Svizzera il pensiero strategico è tradizione. E, «essere fedeli a una tradizione vuol dire essere fedeli alla fiamma e non alla cenere», come disse il politico e storico Jean Jaurès nel suo famoso discorso dinanzi al Parlamento francese.

La nostra invidiabile stabilità sociale è frutto di un grandioso sistema politico che registra con la precisione di un sismografo gli umori della popolazione.

Per poter reagire in tempo dobbiamo percepire con la stessa sensibilità anche gli sviluppi internazionali. Nascondere la testa sotto la sabbia e decidere precipitosamente all'ultimo momento non può essere il nostro futuro. Siamo capaci di ben altro!

Quando parliamo di «interessi nazionali», dobbiamo però guardare anche all'interno dei nostri confini. A come viviamo.

Grazie alle nostre assicurazioni sociali, tutti nel nostro Paese possono vivere dignitosamente - giovani e vecchi, sani e malati, ricchi e poveri.

Come recita il preambolo della Costituzione federale, «la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri».

Ma c'è dell'altro: in Svizzera, lo Stato sociale è una componente essenziale dell'identità nazionale. La nostra multiculturalità è una grande ricchezza, ma l'unità nella diversità richiede l'impegno costante di tutti noi - un impegno che non potrà mai finire. Tra le cose che ci uniscono c'è anche il patriottismo delle istituzioni.

Non solo delle istituzioni politiche, ma anche di quelle sociali. L'AVS è importante per la nostra coesione sociale.

Per questo è fondamentale riformare i nostri sistemi di sicurezza sociale adeguandoli per tempo ai bisogni della società in evoluzione. L'invecchiamento della nostra società e la varietà dei percorsi di vita sono fenomeni da prendere sul serio.

Il problema è come riformare le assicurazioni sociali senza generare insicurezza tra i cittadini e le cittadine. Perché un'insicurezza diffusa minerebbe alla radice il nostro collaudato modello di compensazione sociale.

In Svizzera, le riforme possono riuscire soltanto con l'approvazione del Popolo - mai contro il suo volere.

È vero: procrastinando troppo a lungo le riforme si mettono a repentaglio le assicurazioni sociali. Ma se si agisce troppo precipitosamente, si rischia di ritrovarsi con un mucchio di macerie se il Popolo respinge i progetti. La secca bocciatura della riduzione dell'aliquota di conversione del secondo pilastro è storia di ieri.

Non basta avere ragione - bisogna anche trovare una maggioranza. E per riuscirci ci vogliono riforme equilibrate. L'obiettivo è cambiare cercando di mantenere il giusto equilibrio. La sicurezza sociale è il fondamento del nostro successo.

La paura non è fonte di motivazione come vorrebbe farci credere qualcuno. Perché la paura del declino sociale - nella vecchiaia, per malattia o in caso di disoccupazione - è una paura che paralizza e che attiva meccanismi di difesa che rischiano di soffocare sul nascere qualsiasi tentativo di riforma.

Una Svizzera timorosa perderebbe ben presto la sua posizione di punta nella competizione globale per l'innovazione. In una Svizzera timorosa l'ottimismo svanirebbe e nessuno crederebbe più che il domani possa essere migliore dell'oggi.

Che è la promessa che tutti - ripeto: tutti - dobbiamo ad ogni nuova generazione. E chi fa una promessa deve anche mantenerla.

Ci attendono sfide difficili, ma il passato ci insegna che finora siamo sempre riusciti a superarle egregiamente. E questo lascia ben sperare per il futuro.

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